Troppo per scontato – Sopravvalutazione di specie nel ruolo dell’ecosistema

giove_tetiCi hanno abituati ed educati ad avere delle idee ben ferme nella nostra mente, ne siamo convinti talmente in radice che nemmeno le differenze culturali, religiose o idealistiche ne riescono a trascendere.

Ci hanno abituati ed educati a credere fermamente nel concetto della superiorità di specie, siamo in molti addirittura ancora convinti d’esser stati “fatti a immagine e somiglianza” divina.

Ci crediamo dunque semi-dei, esseri superiori che nel tempo si sono convinti di poter trascendere la morte oltre che di dominare il mondo e le leggi della natura.

“Siamo l’unica specie intelligente, l’unica specie meritevole la vita eterna (nel bene o nel male).”

Ovviamente in tutto questo abbiamo creato non poche problematiche: nel sentirci semi-divinità abbiamo spadroneggiato in ogni dove su questo pianeta, lo abbiamo usato e spesso fino a consumarlo.

Abbiamo inoltre dato forma a nuove problematiche filosofico-psico-sociali: tutti temiamo la morte (nonostante molti siano convinti ci sia l’eterna vita dopo), e la temiamo solo perché abbiamo fatto un enorme errore di sopravvalutazione delle nostre stesse vite e di noi stessi in generale.

Siamo convinti di avere una vita dal valore maggiore di quella di ogni altra specie vivente in questo universo, ma la realtà, quella cui pochi guardano, ci vede in verità (per molti stupidamente “tristemente”) pari merito anche ai vermi.

L’anatomia e la fisiologia comparata basterebbero per farci scendere dal piedistallo: zampe, occhi, orecchie, naso, spina dorsale, gestazione, parto, patologie, metabolismi… abbiamo in comune con un’infinità di altre specie tutto questo e ancora altro: come possiamo dunque ritenerci esseri superiori? Esseri quasi divini? Gli unici meritevoli la vita eterna, o se non altro immeritevoli di morire?

Esatto: ci riteniamo immeritevoli di morire.

Ne siamo così certi al punto di pensare che le nostre esistenze valgano troppo per finire un giorno: ma è qui che compiamo l’enorme errore di sopravvalutazione!

Non siamo di più di un qualsiasi esempio di biologia. Abbiamo le nostre funzionalità e le nostre disfunzioni, nasciamo per caso e per caso ce ne andiamo e nessuno mai ci ha potuto e ci potrà fare nulla. Come per un cane, un gatto, uno scarabeide o un pesce: siamo destinati, una volta generati, a sottostare a delle leggi a noi tutti comuni, leggi della fisica, leggi della biochimica, leggi della natura. Nessuno di noi ne è al di sopra e mai nessuno potrà esserlo, e chi la pensa diversamente è un fanatico o uno scienziato pazzo, roba da manicomio, non realismo, non c’è nulla di realistico, in tutto questo non c’è nulla di vero.

“Dobbiamo capire chi siamo” e non parlo di Yoga, Meditazione o grandi esperienze spirituali: la cosa è più semplice.

Dobbiamo imparare a semplificare, in pochi lo facciamo ed è un vero problema.

Se capiremo che ci siamo sopravvalutati tutti sino ad oggi, sin dalla nostra nascita, se tutti capissimo che non siamo alla stregua di nessuna divinità, che quello che ci rende i “dominatori” di questa terra è sola e pura tecnica, è un semplicissimo pollice opponibile, non una divina incarnazione, allora forse avremo fatto il primo passo per il miglioramento comune e personale.

Se la specie umana comprendesse i propri limiti e specialmente il proprio ruolo all’interno della biosfera, molto probabilmente tante problematiche verrebbero a sparire e con queste anche tanta inutile e assurda sofferenza.

Il concetto all’osso è: “Fare tutto secondo logica istintiva rafforzata da logica dell’adattamento.”

Istinto = fare quello che ci si sente di fare (il che normalmente fa star bene)

Adattamento = controllare l’istinto laddove nella fattispecie possa risultare in seguito dannoso per se stessi

Esempio 1:

L’istinto mi dice: “Hai fame, mangia quel panino”

La logica d’adattamento (alla società, alle regole, alle tecnologie…) modera tal mio pensiero: “Mangia ma non aggirando la regola del pagare quanto si consuma”

Fosse per la logica istintiva prenderei il panino e andrei via mangiandolo, la logica d’adattamento invece modifica la mia azione facendomi prima fare la fila e poi pagare il panino per mangiarlo.

Esempio 2:

L’istinto mi dice: “Sarai più felice se ti dai alla pazza gioia”

L’adattamento modererà: “Compi solo azioni utili a una contentezza non futile, che si possa protrarre nel tempo, senza dunque compiere azioni sconsiderate che daranno piacere solo per un momento e ti lasceranno immerso nei guai dopo”

Convinto della parità di specie dunque saprò dare maggiore importanza a quanto l’istinto mi detterà (perché non mi giudica nessun dio e perché dopo non ci sarà altro, quindi sprecare occasioni sarebbe stupido, diverrebbe autolimitazione, non moderazione) moderando però con la logica d’adattamento ogni mia azione situazione per situazione.

Ricordando pertanto il mio essere un semplice animale con abilità tecnica, tenuto a vivere la propria finita esistenza al meglio che può secondo le due logiche sopra menzionate.

Non pretenderò di essere immortale, non mi riterrò mai un dio e non mi sentirò al di sopra di nessuna altra specie, in quanto cosciente d’esser pari ad ogni altra forma capace di sopravvivere su questo pianeta, in questo universo.

 

 

 

 

Marco Sasso

Marco Sasso

Marco Sasso nasce a Trani, una splendente cittadina sul mare. Studia nella sua regione, si sposa presto (all’età di ventuno anni) e inizia a girare l’Europa con sua moglie, lavorando e vivendo in diverse parti della Spagna, Germania, Svizzera e in tutta Italia. Parla, infatti, quattro lingue fluentemente. La passione per la scrittura e la narrativa lo ha sempre accompagnato sin dall’infanzia, quando inventava storie per far divertire il fratello minore. A scuola eccelle nei “temi di Italiano”, ma inizia a scrivere per conto suo all’età di sedici anni, con un romanzo a tema medievale d’amore e guerra. Nel corso del tempo legge moltissima narrativa, sia classica che moderna. Il suo font preferito è il “calibri”. Si appassiona alla filosofia e comincia a scrivere romanzi che vanno dal distopico fantascientifico al romanzo d’amore (sempre con elementi fantastici). Pratica arti marziali e diventa un istruttore di “difesa personale”, unendo le sue due più grandi passioni in un binomio che lui chiama “la penna e il pugno”. Oggi vive a Trani, con sua moglie, ha vent’otto anni e si occupa di narrativa e cinema indipendente.

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