IL PENSIERO EDITORIO

 

 

Antefritto

 

 

Dal pensiero editorio
alzami amore
al desiderio vero
della carezza
alla frase sconnessa
che tocca il petto
alla parola elévami
che non si chiude
in un significato
che non richiede
di sé una spiegazione
e poi accendimi
nella parola pura
ch’è sentimento
oltre la comprensione
brillami amore
nella parola ultima
per cui il cuore
pulsi oltre la vita
gettami infine
dentro la combustione
eterna e nuova
della parola unica,
come nel buio
il grido della luce.

 

 

 

L’idea di una produzione poetica nasce nel 1979, da una ciotola di ceramica calabrese che riempivo di cicche in una notte. Avevo già dal 1969 riempito quaderni di Bella Copia con ogni cosa dalla mente mi trapassasse il cuore, andando rigorosamente a capo prima della fine della pagina, ma in quel momento ebbi la sensazione che mi mancasse qualcosa. Tutto il resto venne di conseguenza, come per una necessità naturale: il Pazzaglia e tutti gli altri testi scolastici che avevo rifiutato quando mia madre voleva che continuassi gli studi, il De Santis ed il confronto con Dante nella disquisizione sul fantastico la fantasia ed il fantasma, le lacrime sul ritrovato Leopardi, il francese dissacratorio di Baudelaire, lo spagnolo pregnante di Neruda.

Poi venne il momento in cui nacque l’idea che presentare i propri versi in una pubblicazione piccola ma ordinata li avrebbe veicolati più efficacemente che offrirli su fogli di fotocopia. Era il 1987. Tutto il resto venne di conseguenza, come per una necessità naturale.

Comparvi qua e là su di alcune riviste, anche prestigiose, ma ad appesantire la mia produzione poetica rimaneva sempre la mia condizione sociale. Ricordo ancora la faccia sconcertata del grande poeta modenese, col quale collaboravo da tempo, quando gli capitò di vedermi in tuta da lavoro. Una volta ricevetti una proposta di pubblicazione a costo zero, cosa quasi impossibile, in un’antologia dedicata alla scrittura del mondo del lavoro. Quando ricevetti la prima bozza scoprii di essere quasi l’unico ad avere quello che io consideravo un vero lavoro, quasi tutti gli altri erano insegnanti giornalisti economisti scrittori, tutta gente che non avevo mai incontrato in fabbrica. Chiesi di essere depennato. Pur facendo parte della classe operaia da sempre non confusi mai il mio impegno politico di uomo con la mia produzione poetica e certamente questo non mi aiutò.

Cosa sarebbe stato di me se alle medie avessi accettato di diventare il pupillo del preside di una scuola convitto cattolica, dove mia madre mi aveva posteggiato per preservarmi dai pericoli della grande città, o se fossi diventato il docile cagnetto da lecca della moglie del diplomatico sempre in giro per il mondo, o ancora se avessi accettato di seguire nella sua perenne tournée il grande cantante lirico del Teatro dell’Opera di Città del Capo. Invece mi persi fra gli avventori del Bar Tortona e le vecchie puttane di Porta Ticinese per costituire quel grande archivio di espressioni che doveva servirmi in poesia per dare volto ai sentimenti. Non posso certo lamentarmi delle opportunità che la vita mi ha offerto tra le quali avrei potuto scegliere, e non l’ho mai fatto.

Con l’aumento delle piccole case editrici, e con la discesa in campo di quelle grandi nel segmento delle edizioni a pagamento, spuntarono poeti come funghi, e soprattutto poetesse. Così mogli di professionisti interessati a tenerle lontane dalle proprie giornate, amanti di piccoli industriali alle quali non bastava più la pelliccetta, figlie di possidenti punite pesantemente dalla vita sul viale del tramonto, riempirono il panorama di nobilissime intenzioni e di pensierini della sera brulicanti di fiorellini farfalline madonnine frammisti a mamme e qualche papà.

Fu così che mi resi conto che nella maggior parte dei casi i libri venivano accettati perché offerti gratuitamente e poi buttati là, come lo erano state prima le fotocopie, insieme alla pubblicità dell’ipermercato o al volantino dell’associazione cattolica; ed anche i vantaggi offerti dalla tecnologia, per cui non si doveva più battere a macchina, correggere col bianchetto e correre a fare le fotocopie, risultarono vani. Di pari passo scemava l’interesse per riviste e raccolte di poesia che ricevevo, le quali rigiravo tra le mani e poi buttavo là, dov’erano stati buttati i miei libri, conscio che, nella maggior parte dei casi, l’autore aveva soddisfatto la propria vanità nell’essere stampato o nell’averti inviato la sua pubblicazione. Il sottobosco letterario brulicava di poeti tutti compresi nel dare luce alle loro produzioni tanto da non avere il tempo di leggere quelle degli altri.

Se penso al tempo impiegato a leggere e recensire centinaia di volumi ottenendo in cambio rari ringraziamenti e la consapevolezza della miseria editoriale imperante credo di aver ricevuto sufficienti ricompense.

L’apporto derivante all’editoria da migliaia di piccole pubblicazioni ebbe certamente il suo peso ma non poteva bastare a saturare il mercato, serviva un nome sul quale far convogliare la maggior parte delle vendite per farne un caso, e per ottenere questo serviva un personaggio prima ancora che un testo, e per fare un personaggio non serviva un curriculum di giudizi critici (peraltro facilmente ottenibili visto che il povero Faletti fu paragonato a Manzoni) né un elenco di traduzioni, serviva piuttosto un nutrito faldone di carichi pendenti oppure una serie di cartelle con anamnesi di cliniche psichiatriche.

Così oggi la rete, sulle orme di questa operazione, è invasa da pensierini come quelli delle signore un tempo sostenute da uomini in ombra ed ora proposte da importanti editrici mediatiche, con dovizia di recensioni commenti ed immagini, in uno svolazzare di buone intenzioni profonde intuizioni fiorellini uccellini madonnine e qualche Santa Teresa di Calcutta.

A questo punto pensai mi si fosse completamente svanita la smania di proporre i miei versi, tanto che una proposta di pubblicazione ricevuta anni fa, e rimasta tale, è stata superata come se fosse già avvenuta. Continuo a scrivere a mano, sul quadernone con la copertina rigida, riempiendo di correzioni i fogli delle prime stesure prima di copiare i risultati su di una pagina bianca da riempire poi di altre correzioni e così via fino all’esaurimento delle possibilità di variazione, dopodiché non ho più voglia di passarle in word. Al massimo le leggo di persona a qualcuno che non potrà che elogiarmi per il bene che mi vuole.

Pensavo di essere così giunto al livello più basso della produzione editoriale ma forse no. Da qualche tempo, quando mi balena in mente un’immagine che subito si dà un ritmo nel quale si inseriscono alcune parole, io subito cerco di ordinarle in un certo metro e ne faccio versi che unisco in una specie di strofe, e me le ripeto in continuazione, alcune volte anche sussurrandole, e me le stampo in mente dove cerco di fissarle e poi archiviarle, e mi sento soddisfatto nel mio profondo, ed anche nella mia vanità.

 

San Biagio in Padule, 2 dicembre 2016

Francesco Mandrino

Francesco Mandrino

Francesco Mandrino, 1948. Ha scritto col ciclostile, sulle riviste, sui libri e su internet. Ha letto nei circoli nelle piazze nelle carceri nelle polisportive e nelle case per anziani. Ha fatto della Mail Art, della Peformance ed altre Patafisicherie. Resta uno dei pochi poeti non ancora defunti ma effettivamente viventi. Pratica l’autoallucinazione con tutto quello che si beve e si fuma.

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