L’uomo il peggior amico del cane

In una qualunque giornata di un mese senza grandi ricorrenze festive o di altro genere per essere ricordato, camminavo speditamente per la via della città, volgendo gli occhi assiduamente al selciato grigiastro maculato da ‘escrementi-ricordini’ di qualche razza canina a me sconosciuta.
All’improvviso una tenera ed affettuosa voce femminile alle mie spalle sussurra melodiosamente: “Andiamo dal papi… e così vediamo cosa sta combinando…!” Ma nessuna risposta giunge alle mie orecchie, in compenso continuo a sentire la stessa affermazione premurosa che instancabilmente ripete, come se fosse una cantilena ninnananna per addormentare un bambino – penso fra me e me -.
Sennonché la mia curiosità, spesso molto impaziente rompe i propri argini e senza nessuna remora mi giro repentinamente e ahimè: nessun neonato o bambino al seguito della presunta mamma, ma un cagnolino alquanto buffo con un cappottino tutto rosso abbellito (come per risaltarlo ancora di più) da luminosi e accecanti strass che cerca di seguire o inseguire dignitosamente colei che io definisco benevolmente ‘mammina umana a due zampe’.
Nulla di tragico in tutta questa rappresentazione teatrale della quotidianità, di fronte a tante tragedie umane in cui la vita in se stessa, purtroppo, pare aver smarrito dolorosamente, oltre che un proprio senso esistenziale, anche un valore dell’essenza del vivere in questa vita…
Ovviamente nulla da ribadire a ciò, ma se ci si sofferma sul rapporto relazionale fra l’uomo e l’animale, in questo caso il cagnolino, sorge inevitabilmente una domanda alquanto palese e, oserei dire piuttosto angosciante e drammatica: “Perché cercare in tutti i modi possibili, ma soprattutto utilizzando codici e comportamenti che si rifanno all’uomo e sono prerogative umane per accattivarsi o riversare il proprio affetto su una specie canina?”
Non credo che valga il detto: “Mettiti nei miei panni!” in questa relazione umana-canina, in quanto le due parti in questione non possiedono uguali mezzi per comunicare, ma nemmeno identici bisogni da soddisfare e neppure quella che prende il nome di dipendenza pare valere in egual misura fra i due esseri (uomo-cane), esiste pertanto un’enorme incompatibilità tra loro, che non può certamente essere appianata, finché l’animale uomo deterrà il potere di soggiogamento ai propri fini e desideri nei confronti di altri esseri animali. Umanizzando il suo cane gli fa perdere i suoi tratti specifici ed unici, poiché volendo renderlo simili a se lo asserve, lo snaturalizza dalla sua ‘essenza canina’ e in un certo qual modo lo sottrae ai suoi simili.
E poi (assiduamente rincorre dentro la mia testa) non è forse più arricchente e paritario relazionarsi con chi è come me, umano. Non c’è forse più reciprocità, e perché non evidenziarlo con caratteri cubitali, anche possibilità di un DIALOGO e quindi di una comprensione paritaria dove nessun è al ‘servizio’ dell’altro.
Invece mi appaiono (uomo-animale) relazioni piuttosto basate sul riempimento di un vuoto ‘autistico’, ed ineluttabilmente angosciante e devastante da voler colmare con surrogati, forse anche perché l’azione richiede meno sforzi e meno analisi introspettive in se stessi, e meno conflitti e compromessi da gestire e da vivere con più monotonia e senza troppi sobbalzi psico-fisici.
Ma l’uomo può accontentarsi di tali surrogati per sentirsi colmo e sazio di affetto riposto in ‘CHI’ non può veramente scegliere e… certamente (direte voi): “Gli manca la parola…”, ma è dalla notte dei tempi che questa massima continua a ripetersi inesorabilmente e immutabilmente… rimanendo sempre (l’animale) senza parola e senza parole, ma lasciando tracce ben visibili e fastidiose a colui o colei che inavvertitamente (raccomando sempre di volgere gli occhi alla terra, il cielo lo si può guardare anche in altri momenti, è sempre lì) e casualmente le si appiccicano fastidiosamente e puzzolenti sotto le proprie pratiche e confortevoli suole.
Fatti spiacevoli che possono accadere, seppur non è in ciò che risiede il dramma: un ‘ricordino’ si può anche pestare, ma un vuoto pieno di un grande bisogno di affetto non dovrebbe essere delegato ad un animale il poterlo soddisfare. Ciò appare molto angosciante e perché non dirlo: straziante.
Quindi il ‘ricordino’ dalle molteplici sfumature marroni e facsimili, non è nulla rispetto alla non puzza di un vuoto senza affetto.

Silvana Archetti

Silvana Archetti

Nata sulle sponde del lago d'Iseo, continuo piacevolmente a cercare di insediarmi in luoghi in cui l'elemento acqua fa da cornice alla mia dimora e non importa se le acque sono quelle di un fiume o di un altro lago. Laureata in Scienze dell'educazione, specializzazione nei processi formativi a Verona svolgendo il tirocinio presso un centro per immigrati. Il mondo "del sociale" ha sempre attratto la mia sensibilità e la mia attenzione di fatto e concretamente si è rivolta a chi, temporaneamente, viveva in situazioni complesse di disagio e di marginalizzazione. Le storie umane e personali delle persone incontrate durante il percorrere del vivere mi appassionano riuscendo a rafforzare in me stessa questo sentimento partecipativo del vivere con gli altri, dello scambio interpersonale fatto di dialogo relazionale, in cui ognuno cerca di mettere in gioco il proprio essere. I libri così come la lettura sono stati coloro che da sempre mi hanno inseguito e seguito costantemente e appassionatamente.

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