I mille volti del Rispetto

 

respect2-01Stando al dizionario dei sinonimi, rispetto è deferenza, riguardo, ossequio… mentre quello etimologico lo interpreta come riconoscenza di stima, dei diritti dati dalla superiorità e adempimento ai propri doveri.

Ad oggi parlare di rispetto non è così semplice. I dizionari, talvolta, favoriscono spiegazioni piuttosto banali, non per la definizione in sé, ma per il fatto stesso che non è dato loro cercare interpretazioni ben più profonde: quelle, infatti, sono prerogativa di chi ne vede le sfaccettature nella vita reale, quella di ogni giorno. I “mille volti” del rispetto si manifestano in ogni occasione tangibile che, a sua volta, rende concreto un concetto che di per sé resta astratto fino alla sua “celebrazione”.

Il rispetto viene invocato per intimidire, per richiamare l’attenzione, per far mantenere il silenzio, per pretendere una netta separazione tra superiori (o presunti tali) e inferiori. Il rispetto è quindi pretendibile, fruibile, evocabile e persino spendibile. Questo perché si può portare rispetto anche se non si ha il vero desiderio di farlo. In tal caso parleremo di “rispetto di facciata”. Come in molti altri casi, anche il rispetto è imitabile, emulabile. Per l’esattezza è la grande varietà di elementi costituenti la feticizzazione del suo concetto, a rendere la possibilità d’imitazione del portar rispetto. Espressione del viso, tono della voce, mimica corporea: tutti elementi, questi, che se ben emulati, possono portare un individuo a riprodurre un’impressione di rispetto che, in realtà, egli non porta. Anzi: tutto al contrario. Fingendo di portare rispetto verso qualcuno o qualcosa altro non si sta facendo che prendersene gioco, non rispettando per due volte la medesima cosa.

Il rispetto, però, si può spesso portare con sincerità, malgrado il malcontento. Non di rado si rispetta realmente una divinità o un superiore per il solo timore di essere puniti. Nel cuore si prova reale rispetto, ma in realtà è la sua faccia “devozione” quella di cui ci si sta vestendo. Una delle tante, come si accennava in partenza.

Laddove il rispetto si manifesti nella più nobile delle sue forme, invece, si va incontro al rischio di riverenza. Se, dunque, si prova enorme rispetto dato dal sentirsi concretamente inferiori, si starà portando una considerazione eccessiva verso il soggetto della deferenza.

Lo scopo, perché ogni concetto e cosa esistente ne ha almeno uno, del rispetto è, nella società, di fungere da catalizzatore. Una sorta di “enzima” sociale atto al mantenere le giuste distanze fra “classi sociali”, “uomini e divinità”, “animali e uomini”, “uomini e animali”. Analizzando meglio queste coppie imperative, troveremo esemplari casi quali: datore e operaio (categoria classi sociali uomo e uomo), madri e figli (categoria classi sociali uomo e uomo), despota ed esecutore (categoria classi sociali uomo e uomo), Dio e credente (categoria classi sociali uomini e divinità), santo e credente (categoria uomini e divinità), Papa e cardinale (categoria classi sociali uomo e uomo), generale e recluta (categoria classi sociali uomo e uomo), cane e padrone (categoria animali e uomini), padrone e cane (categoria uomini e animali), allevatore e galline (categoria uomini e animali) e così via discorrendo.

Va aggiunta però una categoria emergente, causa di dibattiti più o meno sentiti dal mondo scientifico e filosofico-futurista. Trattasi della categoria “uomini e macchine” e la sua quintessenza “macchine e uomini”. Per questa neo-categoria il rispetto si pone come concetto mai prima concepito. A concepirlo è con evidenza in primis l’uomo (in quanto creatore della macchina e dunque suo diretto genitore). Ove la macchina dovesse, in un futuro più o meno lontano, sempre che la tecnologia possa effettivamente giungere a tale livello di competenza, pervenire a doti di ragionamento logico di alta proprietà e con stato emozionale associato, sarà doveroso per l’uomo cominciare a concepire la macchina come “individuo” e non più unicamente come “strumento”. A quel punto portare rispetto anche alla macchina potrebbe risultare un obbligo morale. Nascere macchina non è desiderio della macchina, appunto. Si verrebbe a creare una singolarità che vedrebbe la nascita di una mente pensante e con coscienza di sé pari merito probabile in carne come in metallo. In altre parole un individuo pensante, con emozioni e la capacità di auto-concepirsi andrebbe classificato come esemplare reale e vivente. Che questi sia nato uomo o macchina sarebbe mera classificazione razziale. Un’altra forma di “colore della pelle”, di “etnia”. Un’estensione dell’uomo, sua creazione – ma questa volta con pari requisiti -. Un tale individuo sarebbe soggetto all’intrinseca etica umana e l’uomo dovrebbe lui lo stesso rispetto che da egli (non più esso, ma egli) si aspetta. Se ne trae dunque l’esemplificazione: uomo e macchina (categoria uomini e macchine), macchina e uomo (categoria macchine e uomini).

Il rispetto, come altri concetti figli della naturale espressione umana, è dunque persistente a sé. Non necessita di una specie unica, come nel caso degli uomini, ma esiste a prescindere da questi. Si può dunque immaginare il rispetto fra esseri viventi non pensanti sia della terra che d’ipotetica esistenza nel resto dell’universo reale. Si può anche concepire rispetto fra specie future, biologiche o inorganiche che siano, e fra tutte le specie dotate di “vita” e non (in senso lato) dell’esistente (o creato per i creazionisti).

Poniamo i seguenti periodi e analizziamoli nel loro significato:

 

  1. Rispettare un insegnante per la sua età e il suo ruolo;
  2. Rispettare un insegnante per il beneficio dell’apprendimento.

 

In entrambi i periodi è palese la costante del “portare rispetto”. Esaminando, però, separatamente le due motivazioni alla base del rispetto verso il soggetto noteremo come, nella frase “A”, è evidente il portar rispetto al solo scopo di mantenere lo status di separazione dettato dalla categoria “classi sociali”, mentre, nella frase “B”, dedurremo il desiderio di portar rispetto verso l’insegnate, oltre al dovere di farlo, suggerito dal beneficio ottenuto in cambio del rispetto stesso e dunque del riconoscimento dell’utilità del portarlo.

 

In definitiva il rispetto è un concetto meno astratto di quel che può apparire. È un’espressione dei viventi pensanti (a vari livelli). Ha molte forme e ognuna di queste si manifesta in situazioni classificabili in “categorie”.

Il rispetto quando viene a mancare provoca conflittualità fra le parti. È dunque bene per l’uomo saperlo gestire e portarlo non solo verso il “superiore”, ma anche verso “l’inferiore”, sia che questi sia umano, sia che sia animale o inorganico.

Portare rispetto per la natura, per l’arte, per l’ordine è cosa altrettanto necessaria, infatti, per il mantenimento della quiete e della pace fra individui e l’ambiente che li circonda ed ospita.

Un mondo senza rispetto equivarrebbe ad un mondo senza regole, ove ognuno infrangerebbe, rovinerebbe, danneggerebbe, offenderebbe e porterebbe, più in generale, caos e sofferenza al prossimo e – alla lunga – anche a se stesso.

Marco Sasso

Marco Sasso

Marco Sasso nasce a Trani, una splendente cittadina sul mare. Studia nella sua regione, si sposa presto (all’età di ventuno anni) e inizia a girare l’Europa con sua moglie, lavorando e vivendo in diverse parti della Spagna, Germania, Svizzera e in tutta Italia. Parla, infatti, quattro lingue fluentemente. La passione per la scrittura e la narrativa lo ha sempre accompagnato sin dall’infanzia, quando inventava storie per far divertire il fratello minore. A scuola eccelle nei “temi di Italiano”, ma inizia a scrivere per conto suo all’età di sedici anni, con un romanzo a tema medievale d’amore e guerra. Nel corso del tempo legge moltissima narrativa, sia classica che moderna. Il suo font preferito è il “calibri”. Si appassiona alla filosofia e comincia a scrivere romanzi che vanno dal distopico fantascientifico al romanzo d’amore (sempre con elementi fantastici). Pratica arti marziali e diventa un istruttore di “difesa personale”, unendo le sue due più grandi passioni in un binomio che lui chiama “la penna e il pugno”. Oggi vive a Trani, con sua moglie, ha vent’otto anni e si occupa di narrativa e cinema indipendente.

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