Il corpo a pezzi

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21 settembre: giornata dell’Alzheimer – una fra le tante ricorrenze nell’arco dell’anno – ma principalmente un’occasione per far il punto, non tanto sulla malattia, ma su cosa oggi giorno significhi essere malati.

Proprio per questo mi viene da dire:  ma perché utilizzare il solo nome della malattia non seguito o preceduto da una parola essenziale che implichi il soggetto a cui si riferisce, in quanto senza ciò tutto s’appiattisce  perdendo spessore? Trasformando o solo aggiungendovi semplicemente i vocaboli: “persona affetta”, che renderebbe il tutto molto più vicino alla realtà quotidiana, poiché è la persona ammalata di Alzheimer, nella propria interezza, a subire e a soffrire i perentori e altisonanti nomi, e nessun altro, grandi e paurosi nomi che comunque per conto loro risultano essere solo nomi senza contenuto. Il nome di una malattia è qualcosa che poco si accorda con la persona stessa, si appiccica senza peraltro chiederne il permesso e senza nessuna remora vi si annida fossilizzandovisi in essa (nella persona).

E il grande paradosso, oltre al fatto di non riuscire a comprendere cosa avviene nel proprio corpo, è che ci si sente smarriti anche perché la cosiddetta diagnosi – qui viene la beffa – spetta ad altri, a persone che chiamiamo specializzate del corpo umano, inteso come pezzi di organi, pezzi di una stessa “mappa geografica”, ma ulteriormente scrutato e “smembrato” a tal punto che ciascun organo diviene autarchico, isolandolo e isolandosi in questa miriade di specialisti d’organi.

Lo smarrimento della percezione del proprio corpo non è qualcosa di astratto, di poco conto e quindi insignificante per la vita stessa della persona, come invece può essere per una macchina che se rotta può essere senza drammi aggiustata sostituendone i  pezzi.  Il corpo umano a diversità della macchina sente, avverte la drammaticità del vivere stesso. Il corpo – spesso si usa dire – “il corpo ci parla, parla da sé, bisogna saperlo ascoltare!”, esso è il me stesso, il noi stessi.

La persona non è solo l’involucro esterno che tutti possono vedere (anche noi possiamo vedere noi stessi), ogni giorno e in ogni attimo del perenne vivere, e non è umano quando utilizzando tecniche radiologiche (TAC o RM o PET ed ecc.), qualcuno sentenzia diagnosi “autistiche” e ce le spiattella  freddamente in uno studio medico, preoccupandosi sempre meno di chi ha davanti e sta vivendo; sì perché in quegli attimi tutto sembra precipitare in un vortice tenebroso e pauroso. Ogni uomo è, fin dalla sua nascita, un uomo (uomo in senso totale) che possiede una propria consapevolezza atta a far di lui  una persona in continua e progressiva crescita, dalle più evidenti: quelle del fisico, a quelle meno visibile: psichiche, intellettuali, spirituali, esistenziali… E la sua consapevolezza e coscienza di se stesso avviene non in solitaria ma con il mondo circostante e con i propri simili in un reciproco e mutuo scambio relazionale.

Non è fuorviante affermare saldamente: “mente sana in corpo sano”, e aggiungerei a chiare lettere anche: “psiche e anima sane e consapevoli!”

Nonostante tanti studi e interminabili fiumi di parole siano stati utilizzati per avvicinarsi sempre più alla “mappa geografica umana”, purtroppo ciò che è successo è il fatto che ci si è allontanati sempre più dalla persona stessa nella sua interezza. E non di meno in tutto questo marasma colmo di grandi distanze, ha attecchito con maggior vigore il non contatto fisico e l’assenza verbale. Il medico non ausculta più il paziente (colui che ha e deve avere pazienza, forse proprio perché si è in molti a doverlo essere) e nemmeno entra in relazione con lui, quindi non l’ascolta perché… e qui i perché sono di varie tonalità, il tempo stringe e non è possibile divulgarsi troppo. Tutto così viene delegato, a scapito dell’umanità intera, ad uno strumento, un computer o altro che assolva la funzione magica di “guaritore scientifico” scevro da possibili intrusioni emotive e, perché no, umane. A lui ci si deve affidare e fidarsi.

Il paziente di fronte a un medico avverte una sensazione d’impotenza, un timore reverenziale in quanto attende dall’altro, persona competente, un sapere e una conoscenza che lui, ammalato, in quel preciso momento non ha, poiché fatica a districarsi nel trambusto di sintomi che percepisce, e che si sottraggono alla sua consapevolezza. Viene assalito brutalmente e rimane in balia di dubbi (spesso se ne aggiungono sempre di più) e dalle sue banali (è lui l’ammalato che pensa che siano banali) domande taciute, perché ovviamente così ci è stato insegnato: “non chiedere mai a un medico che utilizza dei paroloni medici di capire quanto sta dicendo, perché lui sa di che cosa parla e tu devi solo attendere il suo parere-verdetto!”. “Potresti avere bisogno ancora di lui, e se sarai stato invadente a chiedere chiarimenti circa il tuo stato di salute o spiegazioni circa i suoi emeriti paroloni scientifici, che a te purtroppo non dicono nulla, si potrebbe accorciare notevolmente il tuo tempo nel suo studio medico, quindi trattieniti!!!”

Certamente il primo passo sulla Luna si è rilevato sì importante e fondamentale per conoscere nuovi mondi e creare ulteriori e più sofisticate tecnologiche atte a renderci la vita, forse, più confortevole, tuttavia questa ascesa non è andata di pari passo allo sviluppo del mondo e dei modi relazionali praticati nei vari ambiti della vita quotidiana. Nell’immediato urge rispolverare e ritrovare il senso naturale dei rapporti, offuscato dal tecnicismo, poiché prima che  essere paziente e medico, ossia prima di assolvere dei ruoli, le persone sono innanzitutto tali, in altri termini: né agglomerati d’organi né esclusivamente pozzi di sapienza.

 

 

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